Scattata con instagram

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1903 - Le chaudron infernal - Georges Méliès
1915 - Nascita di una nazione (The Birth of a Nation) - David Llewelyn Wark Griffith
1920 - Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari) - Robert Wiene
1927 - Metropolis - Fritz Lang
1939 - Il mago di Oz (The Wizard of Oz) - Victor Fleming

1941 - Quarto Potere (Citizen Kane) - Orson Welles

1942 - Casablanca - Michael Curtiz 
1943 - Dies irae - Carl Theodor Dreyer
1956 - Il pianeta proibito (Forbidden Planet) - Fred McLeod Wilcox
1958 - Vertigo - Alfred Hitchcock

1963 - Otto e mezzo - Federico Fellini
1968 - Teorema - Pier Paolo Pasolini
1968 - Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue - Luciano Selce
1972 - Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie) Luis Buñuel

1973 - La Montagna Sacra (La montaña sagrada) - Alejandro Jodorowsky
1977 - Star Wars - George Lucas
1980 - Dune - David Lynch
1981 - Christiane F. noi, ragazzi dello zoo di Berlino (Wir Kinder vom Bahnhof Zoo) - Uli Edel
1982 - Blade Runner - Ridley Scott

1986 - Labyrinth - Jim Henson
1987 - Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) - Wim Wenders
1998 - Lola corre (Lola Rennt) - Tom Tykwer
1999 - Matrix - Andy e Larry Wachowski

1999 - Essere John Malcovich (Being John Malkovich) - Spike Jonze
2004 - Io, robot (I, robot) Alex Proyas
2005 - Memorie di una geisha - Memoirs of a Geisha - Rob Marshall
2006 - L’albero della Vita (The Fountain) Darren Aronofsky
2009 - Agorà (Ágora) Alejandro Amenábar
2009 - Parnassus - L’uomo che voleva ingannare il diavolo (The Imaginarium of Doctor Parnassus) Terry Gilliam

(Fonte: cinezoique)

- I responsabili avrebbero dovuto convocare la solita compagnia di giro utile alla causa e alzare gli ascolti.
- Quale compagnia di giro? -
-Il comandante Schettino, la ragazza moldava della Costa Concordia che, tra l’altro, è anche ballerina, lo zio Michele, l’intero cast di Avetrana. Il repertorio completo delle occasioni importanti. Sotto una fitta e finta nevicata poi, il gran finale. Una scazzottata tra Schettino e De Falco all’Ariston con il pubblico in delirio e Gianni Morandi in veste di paciere. La convince? -

Gianni Boncompagni a Il Fatto quotidiano

È ben strano: quella che avrebbe dovuto essere, anche rivedendola, la grande finestra spalancata da Pollock oltre tutte le finestre fin lì aperte dalla pittura, proprio perché spalancata distruggendo o contraddicendo tutti i mezzi e i «medium» normali alla pittura, dentro i quali anche lui, Pollock, era rimasto fin lì avviluppato; la gran finestra, dicevo, si rivela un’anta che chiude e blocca, per sempre, la storia dell’empito, anzi del viaggio impossibile; e lo chiude e blocca senza procurarci altra emozione se non quella di un malessere costretto a crescere e a dilatarsi davanti a pareti dipinte od «agite» da un pittore che, forse, nel furioso e furente attacco aveva speso ogni possibilità e ogni forza e, adesso, si trovava lì, interamente spostato sui termini della teoria; la quale, come si sa, in arte (giusto come nella vita) gioca i tiri più atroci, in quanto può dichiararsi se stessa e, nello stesso tempo, essere o farsi il suo diretto ed esatto contrario

Giovanni Testori su Jackson Pollock, in occasione della retrspettiva al Centre Pompidou, 1982

(Fonte: associazionetestori.it)

Adesso, mo proprio, che molti di voi dormono, proverò a comunicare a coloro che sono a Torino gli incerti passi innevati di un sogno: vado in Piazza Carlina e invece dell’orrido solito antenato dei re più codardi della storia, trovare la statua di Nino Gramsci. Continuo fino a Piazza San Carlo e invece dell’altro, stavolta a cavallo, la statua di Primo Levi. A Piazza Vittorio, arrivando quella di Cesare Pavese e verso la fine su una panchina Fruttero e Lucentini. In Piazza Bodoni vedrei volentieri Fred Buscaglione, Carlo Levi in Piazza Carlo Felice e in Piazza Arbarello quella di Piero Gobetti . In Piazza Castello Emilio Salgari, e Mario Sodati alla Gran Madre. E tutto il bronzo di quelle orribili statue dittatoriali fonderlo per fare un enorme monumento a una donna emigrante. Un’ emigrante ridente come il sole accucciato in valigia ’nzomm. ‘nzuonne.
Francesco Forlani

Nazione Indiana

(Fonte: nazioneindiana.com)

“Capita che in alcune fotografie utilizzi un colore dominante, ad aumentarne la coerenza”

Capita che in alcune fotografie utilizzi un colore dominante, ad aumentarne la coerenza”

…Concentrato di questa nevrosi, suo compendio, ne è un ceto intellettuale da sempre in bilico tra l’aspirazione al mutamento e il nichilismo. Ne facevo una volta di più esperienza alcune settimane fa in una riunione convocata dalla brillante casa editrice partenopea Cronopio, nella sua nuova sede di via Broggia, per discutere il non secondario tema “comune/beni comuni”. Vi si parlava quasi esclusivamente in un napoletano che sforava verso l’italiano: con diletto uditivo di un ospite bolognese che, interrogato in proposito, si diceva estasiato dal ritrovarsi dentro la lingua delle commedie televisive edoardiane del venerdì sera, quelle della sua giovinezza. Era come se una cultura aperta all’Europa si aggrappasse quasi con ostinazione alle sue radici locali, attenendosi al più immediato legame comunitario, appunto, quello offerto dalla lingua. A un tratto però il nulla faceva la sua apparizione nella sala il fondatore della casa editrice sintetizzava così il suo radicale pensiero: «In comune non abbiamo nulla». E naturalmente questo nulla era da intendere— heideggerismo alle spalle— come il qualcosa più qualcosa che ci sia: un puro vuoto che ci pone tuttavia dinanzi al destino essenziale che ci attende, sia esso l’insurrezione o la morte. II massimalismo di questa prospettiva era tutto d’un pezzo come un bordighismo di ritorno, elevato alla seconda potenza nichilistica. I beni comuni —l’acqua, il verde, l’ambiente—sparivano dall’orizzonte politico, erano di colpo spazzati via. Il nulla diventava la posta in gioco della più alta comunità possibile, quella che di certo non vedremo mai; mentre banalmente concreta e visibile era la piccola comunità che in quella sala parlava proprio in napoletano, con l’apporto del divertito amico bolognese. Andandomene via, con la solita amarezza in fondo al cuore, mi veniva fatto di pensare che la città è ancora lontana da quell’equilibrio, peraltro sempre instabile, tra pragmatismo e utopia in cui soltanto può consistere il cambiamento”.

Rino Genovese, Repubblica Napoli, 8 gennaio 2012 

Negli ultimi anni i conservatori hanno accusato la French Theory di relativismo, di storicismo, di anarchismo poiché contestava l’autorità, il logocentrismo e l’eurocentrismo della cultura occidentale. Oggi mi sembra interessante fare un’analisi della pluralità di teorie raccolte nel marchio French theory, dal decostruzionismo di Jacques Derrida all’analisi del potere di Michel Foucault, dalla schizoanalisi di Deleuze fino al postmoderno di Lyotard, insomma ciò che è stato chiamato «post-strutturalismo». Penso che questa cultura francese riscritta negli Stati Uniti in tutti questi anni era in fondo adatta ad un periodo di egemonia neo-conservatrice. La sua critica era più interessata alla resistenza e alla marginalità che ai problemi della presa del potere. Negli Stati Uniti siamo ormai in una fase che definirei post-French theory che non ha nulla a che vedere con il post-strutturalismo. C’è Giorgio Agamben, che è molto influente e studiato a livello accademico, ma c’è una significativa presa delle riflessioni di Alain Badiou e Jacques Rancière, pensatori impegnati nella ricostruzione di una metafisica forte e di una filosofia politica radicale. Di una cosa sono certo: lo storicismo è finito. Si torna a pensare l’universale e i progetti di emancipazione globale. (S. Zizek)

Il Manifesto, 12 maggio 2009