Aere perennius

“Come sintetizza efficacemente Littell, «Bacon dipingeva per comprendere alcune cose, non per raccontare a noi cose che lui già sapeva». Se dovessi cercare un equivalente letterario di questa rivoluzione copernicana, il primo nome che mi viene in mente è quello di Faulkner, la cui incapacità di imbastire delle trame precedenti alla scrittura mi sembra perlomeno simile all’incapacità di Bacon di disegnare ciò che dopo andrebbe dipinto. (E. Trevi)”

Aspettando i Quaderni neri

Stranamente il curatore dei Quaderni Neri – Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?

(F. Rastier, su Alfabeta2)

Tempo di bilanci

Come si fa a non concordare con Galli della Loggia quando sostiene che non c’è politica se il partito su cui si regge il sistema italiano il Pd, dato che la destra pur socialmente fortissima è politicamente quasi inesistente non è capace di affrontare apertamente la complessità della storia repubblicana? Se, in altre parole, non si fa carico del compito di ripensare l’Italia, per rifarla?
C’è in questa tesi molto di buono: e in primo luogo c’è la percezione che la politica non è quell’attività ridicola, parassitaria, effimera, a cui oggi si è ridotta quando non è pura gestione tecnica -; che la politica non è ricerca di slogan, ma analisi della costituzione materiale di un Paese, individuazione delle dinamiche del presente, e delineazione di un realistico orizzonte di sviluppo. E che a questo scopo il partito è indispensabile (altro che partito leggero!), come sistema d’interpretazione accorta e partecipata come forza responsabile e ricca di sapere pratico, e anche di potere legittimo della storia, del presente e del futuro.
Certo, non si può essere d’accordo con Galli della Loggia quando riduce questo sapere pratico ad un atto d’ammenda che il Partito democratico in quanto erede della sinistra dovrebbe fare per le colpe passate della Prima repubblica, delle cui «scelte sbagliate» è corresponsabile. Ora, sulla responsabilità soggettiva c’è da avanzare una prima obiezione: il Pd non è l’erede del Pci (la sua componente cattolica è troppo forte per essere trascurata), e in ogni caso il Pci non ha mai avuto responsabilità dirette di governo, dopo il 1947 (altra cosa sono le responsabilità amministrative). Ciò non toglie, naturalmente, che la sinistra abbia esercitato una grande influenza sulla storia d’Italia, che ne sia parte e quindi anche (parzialmente) responsabile; ma certo maggior peso ebbe quella Dc di cui solo un settore, la sinistra, è confluita nel Pd, mentre il grosso delle sue file è divenuta la base (e anche il personale politico) di una destra che oggi è allo sbando ma che ha sulle spalle sia il ventennio berlusconiano sia larga parte delle disfunzioni della Prima repubblica.
Sulla stessa linea, va anche osservato che, per quanto si possa essere d’accordo sull’insufficienza dell’antiberlusconismo a sostenere e a legittimare una politica, non si possono tuttavia chiudere gli occhi davanti alle degenerazioni e alle patologie di cui Berlusconi è stato veicolo e promotore: insomma, il mea culpa non può riguardare solo la Prima repubblica, ma anche la seconda; non solo la sinistra ma anche la destra. Ma anche dal punto di vista oggettivo Galli della Loggia avanza tesi non del tutto condivisibili. Infatti, se il nostro passato democratico non è da lui identificato (giustamente) col crimine di Tangentopoli, lo è tuttavia (ingiustamente) con il clientelismo, il parassitismo, l’evasione fiscale di massa, il consociativismo, il debito pubblico. Ora, tutto ciò è la degenerazione della Prima repubblica, dalla morte di Moro (o forse anche da qualche anno prima) in poi; ed è vero che da quella degenerazione non ci siamo mai veramente ripresi, e che con essa non facciamo i conti se non nella sbrigativa vulgata neoliberista e neomonetarista che iscrive tutta la nostra storia passata nella rubrica dei peccati contro le sacrosante leggi dell’economia; ma anche in questo caso un’analisi non sommaria non può trascurare che il cuore della Prima repubblica, il suo significato storico, è stato avere promosso in Italia la prima democrazia civile e sociale della sua storia, fondata sull’antifascismo, sul ruolo dei partiti e dei sindacati, sulle libere istituzioni, e sul benessere diffuso grazie allo sviluppo dell’economia e all’espansione dello Stato sociale. La vera presa di coscienza collettiva necessaria alla rinascita del Paese una memoria affidata in primis, ma non esclusivamente, al Partito democratico non può dimenticare questo aspetto della storia d’Italia, e non può fare i conti soltanto con le sue degenerazioni. Né si può buttare l’acqua sporca della profonda corruzione della vita civile, che effettivamente ci tormenta, insieme al bambino della democrazia sociale, come ricordo di quanto abbiamo fatto e come orizzonte di quanto c’è ancora da fare. Senza la percezione della complessità non si fa né storia né politica, ma ideologia. E non vi è dubbio che di questa, nonostante le apparenze, ve ne sia oggi fin troppa: e tutta antipolitica, anti-istituzionale, anti-repubblicana. È proprio contro questa ideologia che devono combattere quanti giustamente sostengono che senza coscienza storica non c’è né politica né futuro.

(C. Galli, l’Unità, 4 novembre 2013: “Noi e la prima Repubblica: una storia capovolta”)

Questioni di principio

Che la merda sia da considerare tra i valori e non tra i disvalori, è per me una questione di principio. Da ciò derivano conseguenze fondamentali. Per non cadere nei vaghi sentimenti d’ una redenzione universale che finiscono per produrre regimi polizieschi mostruosi, né nei ribellismi generalizzati e temperamentali che si risolvono in obbedienze pecorili, è necessario riconoscere come sono fatte le cose, ci piacciano o meno, nel moltissimo a cui è vano opporsi e nel poco che può essere modificato dalla nostra volontà. Credo dunque che sia necessario un certo grado di accordo con l’ esistente (merda compresa) proprio in quanto incompatibile col Kitsch che Kundera giustamente detesta. (I. Calvino, su Repubblica, 31 maggio 1985)

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